A cinquant’anni dalla prima traduzione italiana, il saggio “Gli occhi della fede” inizia una nuova vita con una nuova traduzione ed edizione a cura di Giulio Osto e l’introduzione di Gilberto Sabbadin. Il breve testo è il volume n. 400 della prestigiosa collana “Il pellicano rosso” – fondata da Paolo De Benedetti – dell’editrice Morcelliana.
Il suo autore fu ucciso in guerra nel 1915, perché all’epoca in Francia i religiosi erano tenuti al servizio militare. Aveva solo 37 anni il gesuita Pierre Rousselot, nato nel 1878, e all’inizio di un’attività accademica che aveva già brillato per alcune opere, di alto
spessore e lungimiranza, come i due grandi studi L’intellettualismo di San Tommaso (1908) e Il problema dell’amore nel Medioevo (1908). Lo studio su Tommaso è all’origine di una innovativa riscoperta del contributo del teologo domenicano e il famoso psicoanalista Jacques Lacan considerava il libro sull’amore di Rousselot il più significativo sul tema.
Docente di teologia a Parigi all’Institut Catholique, Rousselot si può annoverare tra i “nonni” o “bisnonni” della teologia contemporanea. In anni assai complessi per le vicende storico-politiche, ma soprattutto per quelle ecclesiali e teologiche segnate dal dibattito modernista e antimodernista, il teologo francese è stato in grado di aprire percorsi innovativi e originali.
Tra le novità dell’epoca è da annoverare la nascita nel 1910 della rivista «Recherches de Science Religieuse» in capo ai gesuiti francesi. Proprio nel primo anno di tale nuovo strumento di ricerca, Rousselot pubblica due articoli con il titolo Les yeux de la foi (Gli occhi della fede). Seguiranno altri articoli assai densi sul tema della fede, dell’amore, della conoscenza e, purtroppo, queste promettenti ricerche saranno stroncate dopo pochi anni dalla morte in guerra.
I due articoli del 1910 divennero presto un libretto in due capitoli che ebbe un influsso enorme sui teologi del Novecento, a contare dal numero delle traduzioni e le innumerevoli riprese della felice metafora, di origine agostiniana («Habet namque fides oculos suos», Epistola 120,2, 8-9) utilizzata da Rousselot. La densa argomentazione del testo intende esplorare in modo molto analitico le dinamiche dell’atto di fede nel suo intreccio tra libertà e grazia, tra ragione e intelletto, tra prove esterne (come venivano chiamate all’epoca) e adesione interiore. La disamina degli elementi in gioco offerta è molto dettagliata e, al contempo, alcune affermazioni sintetiche costituiscono dei capisaldi e delle svolte che segnano l’impostazione teologica del Novecento. Tra i tanti possibili richiami valga la fortunata relazione tra la luce della grazia e gli occhi della fede e il concetto di «conoscenza per simpatia».
La nuova edizione presenta un’ampia introduzione, una cronologia dell’autore e un glossario di termini tipici del linguaggio dell’epoca. Il testo è arricchito da titoli e sottotitoli che aiutano la lettura, insieme a un apparato di note esplicative. Ottima introduzione alla figura e al pensiero di Rousselot è il saggio Pierre Rousselot a firma di Emanuele Bordello, volume della collana “Pensiero Teologico”, sempre di Morcelliana Editrice.

